domenica, 29 giugno 2008
UNA FERITA ACCESA

E‘ qualcosa che ti attraversa il petto
come una lancia,
sfiorando le costole una ad una,
illudendole nel loro tragico destino,
mentre il cuore continua a pompare energia,
e le gambe non sostengono il respiro,
troppo pesante, doloroso, indolente.
Una ferita accesa che germina nuovo dolore
che penetra a fondo nella bocca,
sotto la lingua,
tra i denti,
che sfugge al primo sguardo:
radicata così in profondità
da essere quasi invisibile.
E il cuore lo sa quanto dolore
può vivere nella testa,
circolare nel corpo
attraverso le vene,
e spurgare attraverso le lacrime.
Il mondo conosce questo segreto
che rifiuta ogni compromesso.
Perché non esiste solitudine peggiore
di quella che nasce dall’indifferenza.
E’ una madre che abbandona i propri figli,
un padre violento che li sottomette,
un figlio che uccide i genitori,
e poi muore sotto il peso dell’incoscienza.
Lei è la mia donna,
e nella sua debole bellezza
rimarrà incastrata
così a fondo nei miei polmoni
da impedirmi un giorno di respirare,
di riprendere fiato.
E’ la donna
che soffierà sui miei occhi,
spegnendoli l’uno dopo l’altro,
come piccole fiamme
accese sul viso del mio
non-compleanno.
Come l’ultima alba prima della distruzione,
come l’amore di cui non puoi fare a meno,
come l’ultima sigaretta prima di andare a dormire.
La fiamma brillerà ancora per poco.
Seduta sulla finestra, mentre le macchine
sfuggono cavalcando le strade,
un groviglio di ferro e carne,
perse nella loro solitudine senza cuore.
Mi lascerò stritolare in un sonno depresso,
radicato nella profondità di questo cielo nero,
sperando di sfuggire al vento che scivola sulle labbra
che divora ogni respiro,
che sfugge ad ogni indicazione
ad ogni illusione,
che genera nuove delusioni affamate.

Affonda il tuo cuore così dentro al mio,
da confonderlo con il tuo.
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categoria:poesia, ksenja laginja
domenica, 11 novembre 2007
Reading poesie a GENOVA presso la "stanza della poesia"

KSENJA LAGINJA e MAURO ZO MARASCHIN
presentano

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lunedì, 15 ottobre 2007

I WALK THE DEADLINE

Cammino sulla linea morta della vita, in bilico sul fronte inverso, le tasche vuote, la testa vuota, costretta al di fuori. Nessuna carezza asciugherà le lacrime che bruciano scavando ferite inguaribili, le stigmate del cuore si fanno sentire ad ogni passo, mentre soffia un sottile vento tagliente, che sussurra nuove delusioni, solleticando le orecchie, annerendo le ultime parole. E’ solo un nuovo scherzo, un uovo inganno cresciuto rigoglioso tra le onde del mare, che scivola senza avvertenze sui binari morti della stazione, dove si arriva e si parte senza destinazione, senza orario. E’ una scatola chiusa in cui non c’è salvezza pronta per rimediare alle cadute. Cammino sulla linea morta bevendo un po’ d’acqua, sentendo quel profumo di nulla che avvolge ogni strada, ogni albero, ogni singolo filo d’erba, e qui non ce ne sono molti. Cammino sulla linea scura senza senso, perché non ho nessun senso per me. Cammino e basta, per respirare un attimo senza tutte quelle domande che uccidono il sogno di un mondo migliore. A volte mi sembra di vederlo, ma rimane solo un sogno, uno di quelli che minuto dopo minuto incominci a dimenticare e a fine giornata non sai se hai sognato oppure se era tutto vero. Il sacrificio è carattere dell’uomo, come una stella fissa che non si spegne mai, che governa il suo spazio, che nasce ogni giorno senza morire mai. Io non mi sento come quella stella perché ogni giorno è come morire e perdere un pezzetto di me, anche solo una fibra, un capello. Ogni giorno è come morire senza avere possibilità di rovesciare l’ordine delle cose. L’ordine è in ogni cosa, il caos è imperfezione, pura imperfezione da cui non si sfugge se non quando si ritorna a vivere, ma questo vuol dire tornare ad essere morti. Voglio essere viva per quel che basta, voglio essere viva come una stella accesa, punta luminosa, incastrata nel cielo, espulsa dal mondo, intoccabile, vergine nel cielo, voglio vivere nel caos della vita e non camminare morta tra i morti dei giorni. Voglio vivere senza corde, libera di vivere, di scegliere.

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categoria:poesia, ksenja laginja
lunedì, 01 ottobre 2007
§ pura imperfezione §
 
Ci sono giorni che detesto vivere e basta. Ci sono giorni che detesto vivere per la stanchezza, per la solitudine. Il cuore è annientato giorno dopo giorno senza sconti o inganni. Così frastornata da non capire più nulla: sola. Una nebbia costante mi costringe seduta il più in basso possibile, stritolata all’angolo, combattente pronto a ricevere l’ultimo pugno in faccia che mi farà cadere in tanti pezzi sanguinanti.
Ci sono giorni che detesto vivere per il solo fatto che tu non ci sei. Le persone e le strade perdono il loro significato, la giustificazione della loro esistenza, ed io mi comprimo da sola in un vaso infrangibile, aspettando l’ultima goccia che mi farà sopravvivere. Aspettando l’ultima goccia che mi farà morire.
Nessuna voce oltre la tua può consolarmi. Nessun’ altra bocca può entrare dentro la mia, leccarmi i denti e farmi respirare.
Mi illudo costantemente che questa città finalmente mi chiamerà per nome, avvolgendomi tra i suoi vicoli sporchi, riconoscendo il rumore dei miei passi, rinunciando alla sua vendetta.
Tutto il veleno che mi ha offerto, l’ho bevuto sino all’ultima goccia, assetata, senza chiedere, senza volere, senza ottenere risposte. La mia insoddisfazione è generata dal fatto che non c’è consolazione in grado di aiutarmi. Fluttuo perdendo a tratti la mia identità, per non venire assemblata in una scatola, risucchiata nella catena di montaggio, completata con ricambi perfettamente allineati. Sono difettosa. I miei occhi sono allenati a vedere quello che gli altri occhi non vedono. Allenata a morire. Allenata ad essere ignorata, abbandonata. Esiste ben poca felicità oltre i tuoi occhi, faccio fatica a fissarla: troppo forte, accecante. Cammino perdendo facilmente l’orientamento, destabilizzando le ossa, che si muovono scomposte. Un dolore persistente mi consuma. Il circo non troverà la cura, non mi darà un lavoro. Laverò i pavimenti facendo finta di pulire. Prenderò i vostri soldi fregandomene di quello che direte, crescerò i vostri figli nell’illusione-delusione, brucerò le vostre case, le vostre idee, le vostre opinioni: e quando me ne andrò non aspettatevi un biglietto. Per il resto fate quello che volete. Fate quello che avete sempre fatto.
Una minaccia di morte per l’umanità. Il mio amore brucia come una passata di lama, graffia la pelle scarnificando con leggerezza senza rimorsi. Rifiuta il compromesso, ingannando la banalità. Il cuore rende libero il mio corpo, impedendo ogni tipo di assuefazione. Rifiuto di seguire ciò che è stato detto e fatto. La manipolazione controllata è ben sorvegliata. Rinchiusa nel mio buco. Associale, insofferente.
Ci sono giorni così inutili, stirati l’uno accanto all’altro da risultare così indifferenti. Giorni senza importanza, nulla li distingue gli uni dagli altri.
Descrivo cerchi senza limiti, cerchi aperti che si sovrappongono formando disegni nascosti al primo sguardo. L’insofferenza mi perseguita. Notti lunghe per rivivere i ricordi, quelli più oscuri, malati. Non c’è comprensione per l’uomo disperato, non mi pento né mi vergogno.
Sono quel che sono.
L’imperfezione scivola imperturbabile, disinvolta. Nessun ostacolo la potrà fermare.
Il cuore legato sarà crocifisso.
Sono pura imperfezione e questo non mi rende una donna migliore.
Sono pura imperfezione e questo non mi rende un uomo migliore.
Sono pura imperfezione e del resto non conosco altro.
Gli occhi sono velati, socchiusi-dischiusi in una lenta occlusione-deviazione-derivazione degli occhi alienati. Mistificazione del cuore.
 
Pura imperfezione [ pura, come semplice imperfezione che non inganna, solo imperfezione, niente giochi di parole. Solo imperfezione. ]
postato da: Klagprojekt alle ore 10:10 | Permalink | commenti (1)
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lunedì, 01 ottobre 2007
UNA FERITA ACCESA
 
E‘ qualcosa che ti attraversa il petto
come una lancia,
sfiorando le costole una ad una,
illudendole nel loro tragico destino,
mentre il cuore continua a pompare energia,
e le gambe non sostengono il respiro,
troppo pesante, doloroso, indolente.
Una ferita accesa che germina nuovo dolore
che penetra a fondo nella bocca,
sotto la lingua,
tra i denti,
che sfugge al primo sguardo:
radicata così in profondità
da essere quasi invisibile.
E il cuore lo sa quanto dolore
può vivere nella testa,
circolare nel corpo
attraverso le vene,
e spurgare attraverso le lacrime.
Il mondo conosce questo segreto
che rifiuta ogni compromesso.
Perché non esiste solitudine peggiore
di quella che nasce dall’indifferenza.
E’ una madre che abbandona i propri figli,
un padre violento che li sottomette,
un figlio che uccide i genitori,
e poi muore sotto il peso dell’incoscienza.
Lei è la mia donna,
e nella sua debole bellezza
rimarrà incastrata
così a fondo nei miei polmoni
da impedirmi un giorno di respirare,
di riprendere fiato.
E’ la donna
che soffierà sui miei occhi,
spegnendoli l’uno dopo l’altro,
come piccole fiamme
accese sul viso del mio
non-compleanno.
Come l’ultima alba prima della distruzione,
come l’amore di cui non puoi fare a meno,
come l’ultima sigaretta prima di andare a dormire.
La fiamma brillerà ancora per poco.
Seduta sulla finestra, mentre le macchine
sfuggono cavalcando le strade,
un groviglio di ferro e carne,
perse nella loro solitudine senza cuore.
Mi lascerò stritolare in un sonno depresso,
radicato nella profondità di questo cielo nero,
sperando di sfuggire al vento che scivola sulle labbra
che divora ogni respiro,
che sfugge ad ogni indicazione
ad ogni illusione,
che genera nuove delusioni affamate.
Affonda il tuo cuore così dentro al mio,
da confonderlo con il tuo.
postato da: Klagprojekt alle ore 10:04 | Permalink | commenti
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lunedì, 01 ottobre 2007
Inno per la distruzione,
costruita, decostruita, riassemblata e poi distrutta.
Inno per la distruzione mancata,
per la rarità sepolta, per le scoperte inaspettate,
per il piacere di perdersi nel nulla.
 
Inno per la distruzione!
postato da: Klagprojekt alle ore 09:20 | Permalink | commenti (1)
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lunedì, 11 settembre 2006

36.

Con le ossa prese a quattro mani, posso uscire da questa strada, senza perdere l’orientamento. Esistono ben poche strade illuminate. La città è così lontana e il suo ricordo svanisce, dissolvendosi nei minuti che trascorrono senza avere pietà. Il mio sole africano sorveglia il mio cuore, ma è un sole ormai troppo lontano. Il ricordo svanirà rilasciando il suo retrogusto agrodolce. La paura  di dimenticare è più forte e inesorabile del dimenticare vero e proprio.

Dimenticare è un  obbligo ripetuto, sostenuto da leggi mentali, barricate  su roccaforti con alte mura e nobili guerrieri armati che la difendono. Lo spirito suicida non avrà il sopravvento. Basterà spegnere la luce, per dimenticare i particolari, uno ad uno. Il nulla arriverà in silenzio, non te ne renderai conto.

E’ un bisbiglio lontano, impercettibile, un ronzio che ruota dentro alle orecchie, come una sottile nebbia che sconvolge i sensi, capovolgendoli, ed è in quel momento, in quel preciso istante, che comprendi quanto non puoi fare a meno di quei profumi, che la morte può essere sottile e profumata, che  la paura più grande, riposa nel non vivere con passione la vita.

postato da: Klagprojekt alle ore 08:33 | Permalink | commenti (1)
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lunedì, 10 luglio 2006

KLAG 2006

postato da: Klagprojekt alle ore 15:37 | Permalink | commenti
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